Il suo motto è Old is Gold, e la sua missione è quella di riportare al successo nomi storici della musica italiana. Stiamo parlando di Pasquale Mammaro, tra i più influenti manager e imprenditori del mondo della musica, che nel corso della sua lunga carriera ha scoperto (e riscoperto) innumerevoli artisti. Tra le punte di diamante della sua agenzia, Starpoint Corporation, ci sono nomi del calibro di Orietta Berti, Rettore, Marcella Bella, Fausto Leali, Edoardo Vianello, i Cugini di Campagna: “Gli artisti con cui lavoro sono anziani, ma per me sono oro: non a caso continuano ad avere grande successo. Quindi sì, per me Old is Gold”. Così Pasquale Mammaro racconta il suo lavoro, che si ritrova anche nella settima edizione del Premio Ravera, una manifestazione di cui è supervisore artistico, e che andrà in scena domenica 11 giugno al Campo Sportivo Comunale, Castelraimondo (Macerata).

Tra pochi giorni va in scena una nuova edizione del Premio Ravera. Cosa ci può raccontare di questo evento?

È una manifestazione che è nata nel 2015 grazie all’idea del mio amico Michele Pecora, che mi propose subito di dargli una mano nell’organizzazione. Così ho preso in mano l’organizzazione artistica, portando nel 2015 come conduttore Pippo Baudo e poi tutta una serie di personaggi legati al mondo di Ravera. Negli anni si sono avvicendati Fabrizio Frizzi, Mara Venier, Pupo, e quest’anno la conduzione è passata a Carlo Conti.

Cosa rappresenta Gianni Ravera per la musica italiana?

Ravera nacque come cantante, ma poi diventò un impresario e successivamente manager. A lui dobbiamo moltissimo: pensi che è stato organizzatore di ben 24 edizioni del Festival di Sanremo, e ha portato al successo tantissimi artisti che ancora oggi scalano le classifiche.

Tra gli ospiti della serata ci sono nomi storici della musica come I cugini di campagna, Iva Zanicchi, Marcella Bella, Rettore. Crede che ci sia ancora spazio per un certo tipo di musica nel mondo di oggi?

Quello che conta, per me, è che ho fatto conoscere alle nuove generazioni le canzoni di successo di questi artisti. Ovviamente quelli che hanno adesso vent’anni non si ricordano dei cantanti degli Anni ’60 o ’70 anzi, non erano neanche nati. Questo poi ha fatto scattare una molla, che solitamente è quella della simpatia, e negli ultimi anni sono nati nuovi successi.

Negli ultimi anni è stato artefice di molti grandi ritorni al Festival di Sanremo: Orietta Berti, Rettore e i Cugini di Campagna. Da cosa nascono queste scelte?

Io ho sempre lavorato con questi personaggi. Ho iniziato la mia carriera con Little Tony: una volta gli ho detto “è inutile che facciamo canzoni nuove, facciamo conoscere ai giovani i tuoi vecchi successi”. Così è tornato al successo interpretando i suoi vecchi brani, e ho deciso di adottare questo sistema anche con altri artisti.

Tra le operazioni più riuscite c’è senza dubbio la “rinascita” di Orietta Berti. Dopo Sanremo e Mille è una vera e propria star. Si aspettava questo nuovo successo?

Avevo grandi speranze per il Festival del 2021, al quale l’ho portata con Quando ti sei innamorato. Però devo ammettere che Fedez ci ha dato una grande mano: grazie a Mille è scattato un meccanismo che nessuno di noi poteva immaginare. Stiamo parlando di ben sei dischi di platino, e ora siamo vicini al settimo. In questi giorni, poi, siamo usciti con un nuovo singolo, La Discoteca Italiana, in collaborazione con Rovazzi: sarà il tormentone di quest’estate.

C’è una caratteristica in particolare che l’ha portata ad essere amatissima anche dai giovani di oggi?

Non esiste un vero e proprio segreto. Una come Orietta Berti piace un po’ a tutti: è simpatica, ma è anche una signora della canzone italiana, con all’attivo tantissimi successi che i ragazzi stanno riscoprendo.

Lavora da molto tempo con personaggi importanti. C’è qualche aneddoto su qualcuno di loro che non ha mai raccontato?

Ce ne sarebbero tantissimi: dico sempre che dovrei scrivere un libro. Mi viene in mente, per esempio, il mio rapporto di amicizia con Little Tony, che è il primo artista con cui ho lavorato. Mi telefonava la mattina alle 8 e mi diceva: “Sei già sul ponte di comando? Ci sono novità?”. E allora io rispondevo: “Tony, ci siamo sentiti fino alle 11 di ieri sera: è difficile che di notte sia successo qualcosa”. Ne abbiamo fatte tantissime insieme, ma di questi artisti mi colpisce sempre la loro grande generosità.

Per esempio?

Ho lavorato tanto con Mino Reitano, e racconterò sempre questa storia. Un anno andò in tournée in Australia, e alla fine il manager gli raccontò la sua storia: aveva una figlia con un male incurabile, e stava spendendo moltissimi soldi per aiutarla. Così Reitano rinunciò al suo compenso e diede tutto a questo manager dicendo: “Io sono stato bene qui in Australia, mi hanno voluto tutti bene ma, tu hai bisogno più di me di questi soldi”. Queste sono le cose belle di queste persone, anche se nessuno le immaginerebbe.

Parliamo della musica di oggi: è un mondo in continua evoluzione, con decine di artisti che compaiono ogni giorno. Cosa serve, secondo lei, per emergere davvero?

Purtroppo, non esiste una pozione magica: se ce l’avessi farei ogni giorno grandi successi. Quello che però posso dire è che ci sarà un motivo per cui i personaggi di cui stiamo parlando sono ancora sulla cresta dell’onda anche 50 o 60 anni dopo. Gli artisti che nascono adesso, invece, magari fanno anche un grande successo, ma dopo un anno o due non se ne sente più parlare. Non esistono più i Morandi, i Ranieri, i Little Tony, i Mino Reitano. Io non vedo eredi.

Non c’è quindi qualcuno, tra gli artisti che oggi scalano le classifiche, che potrebbe essere ricordato anche tra molti anni?

È una domanda molto difficile, non so rispondere. Ci sono tanti artisti contemporanei che sono molto bravi, e devo dire che i giovani che partecipano ai reality cantano tutti bene. Ma pochi di questi hanno la personalità, quel qualcosa che li distingue dagli altri: c’è bisogno di distinguersi nel modo di cantare, di scrivere le canzoni, di porsi. Come ad esempio Achille Lauro.

Le piace come artista?

Sì, molto. Lui ha avuto successo perché si è posto in un certo modo e quindi ha colpito il pubblico. È un artista un po’ alla Renato Zero vecchia maniera, se vogliamo. Spero che possa andare avanti ancora per molto.

Tra i giovani artisti con cui ha lavorato c’è anche Il Volo, che ha enorme successo anche all’estero.

Sono stato l’editore del loro primo grande successo, Grande amore. È una bella storia, perché avevo la canzone nel cassetto da 12 o 13 anni, ma nessuno lo voleva interpretare perché veniva giudicato “vecchio”. Finché Carlo Conti, che era al suo primo Sanremo, mi ha detto che i ragazzi avevano presentato canzoni troppo deboli, chiedendomi di dare a loro il mio brano. E così è diventato uno degli ultimi successi italiani che hanno varcato i confini del nostro Paese.

Lavorerà ancora con loro?

Dopo Grande amore ho portato i ragazzi del Volo a Sanremo anche nel 2019, con Musica che resta, e si sono classificati terzi. Da poco mi hanno richiamato perché vorrebbero tornare al Festival il prossimo anno: siccome non c’è due senza tre, speriamo di trovare un’altra bella canzone.