Dodici tracce ‘sincere’, nate affondando cuore e mente nel proprio vissuto compongono “Migliore di me”, il nuovo album di Dile, nome d’arte di Francesco Di Lello. Cantautore,  abruzzese di costa, classe 1989, con una spiccata propensione a scandagliare il vasto mondo delle emozioni,  il percorso di Dile nel mondo della musica è iniziato ormai da qualche anno e, singolo dopo singolo, lo ha già portato al notevole numero di 9 milioni di stream su tutte le piattaforme digitali e qualcuno lo ha definito la ‘next big thing’ dell’ItPop.  Approfittiamo di una chiacchierata sul nuovo album, Migliore di Me, fresco di uscita, per conoscere meglio questo giovane musicista.

Dile, iniziamo dal principio. Raccontaci come è partito il tuo percorso con la musica

Posso dire di non avere ricordi senza la musica. Il primo è sicuramente legato all’ascolto delle canzoni di Lucio Battisti che mio padre metteva in auto. E’ stata questa la mia introduzione alla musica, partita da quanto di meglio abbia mai prodotto ilo cantautorato in Italia. Da lì ho iniziato a scrivere cose, che non pensavo fossero canzoni. Scrivevo che ero ancora molto piccolo ed è una cosa che per tanto tempo ho tenuto per me e che  mi ha fatto sentire un po’ strano, se non sbagliato, rispetto ai miei coetanei, perché nessuno dei miei amici lo faceva. Poi ho capito che avevo solo propensione per una forma di espressione diversa, che andava ascoltata.

Quando hai iniziato a condividere questa forma espressiva?

La vera svolta per me è stata quando sono riuscito ad avere il mio primo strumento musicale. Io prendevo già lezioni di canto di nascosto, pagandomele con dei lavoretti perché non volevo farlo sapere ai miei genitori. Però a comprare uno strumento non ce la facevo e allora ho messo in croce mio padre per convincerlo a comprarmi una tastiera e alla fine l’ho avuta vinta. Io non la sapevo nemmeno suonare, ma è stato un passaggio molto veloce, naturale, da quel momento in poi, associare quello che scrivevo con i suoni della tastiera.

Hai iniziato ad autopubblicarti quindi?

Si, all’inizio mi sono auto pubblicato. E ho avuto le mie prime esperienze e le mie prime batoste. Quando inizi ad avvicinarti alla musica intesa come industria capita di incontrare anche gente disonesta, che si approfitta dei tuoi sogni, che della musica non si interessa se non per contribuire a distruggerla. Però anche quello è un passaggio che all’inizio ti aiuta a farti le ossa e a farti capire che non tutto è bello nel mondo che sogni e ci sono anche tanti aspetti negativi e cose su cui devi state in guardia. Tutte esperienze utili per imparare poi a scegliere le persone serie e giuste a cui affidarsi.

Forte di queste esperienze, cosa consiglieresti a un ragazzo che vorrebbe intraprendere la strada della musica?

Non mi sento ancora nella posizione di dare consigli. Io sto ancora cercando un modo per avere ben saldo questo mestiere tra le mani, anche se ho fatto belle cose ho ancora tantissima strada davanti.  Di certo il trucco per arrivare subito al risultato non esiste. Nessuna strategia ti assicurerà il successo nel mondo della musica. Ma quello che posso consigliare, in base alla mia esperienza, è di sforzarsi di essere sinceri. Quando si scrive in modo sincero, chi ascolta se ne accorge, anche se non ti conosce.

Il segreto è parlare si sé?

Sì, per me il segreto è parlare di sè, ma veramente, senza filtri. Per esempio, io a volte  qualche parolaccia nelle canzoni, piccole parolacce di uso comune nella quotidianità, che mi vengono criticate. Ma se togliessi quelle parolacce che in realtà uso, pensando al fatto che poi la radio non passa la canzone, che i ragazzini più piccoli magari non la possono sentire, io saprei che sto mentendo e lo saprebbe anche chi mi ascolta. Forse devo un po’ limarmi su questo, ma quello che voglio dire è di mettere se stessi nella musica, di non vergognarsi di quello che si è. Perché, anche se nessuno può assicurare il successo, questo è l’unico modo per essere creduti da chi ti ascolta. Ed è già tanto.

Parliamo della tua musica: nelle dodici tracce di Migliore di Me il filo rosso è quello dei sentimenti ma anche un po’ della malinconia, del guardare al passato e della voglia di riflettere sul proprio vissuto. Da cosa nasce, in Dile, tutto questo interesse per l’introspezione?

Penso di esserci nato. Io non ricordo di aver mai vissuto dei momenti senza senso di inadeguatezza, di ansia, che poi porta a un continuo senso di domanda. E’ una cosa che fa parte della mia vita da sempre: non mi ricordo una giornata senza ansia e sicuramente è qualcosa che rimane dentro i miei pezzi. Per spiegarlo, riprendo un concetto di Lucio Dalla: “Se sei felice non perdi tempo a scrivere canzoni”, se invece sei triste e inquieto hai bisogno di esprimerti. La musica per me è uno strumento per incanalare cose che in quel momento ho dentro e mi danno fastidio e quindi preferisco esternarle e quello è il modo che conosco per farlo. Questo è il mio rapporto con questa forma di espressione, ma mi auguro che ci siano musicisti che se la vivono molto meglio di me perché sì, io me la vivo proprio pesantemente! Sensazioni di tristezza, ansia e solitudine fanno sicuramente parte della mia vita e io sono uno che non scappa davanti a queste emozioni, che poi finiscono tutte in musica.

Per un cantautore che trova fonte d’ispirazione nel proprio vissuto e nella propria intimità anche scegliere i giusti collaboratori è un passaggio fondamentale, visto che mettono mano a una materia molto personale. Come hai lavorato a livello produttivo sul nuovo album?

La scelta dei collaboratori è molto importante: fondamentalmente sono persone a cui dai una responsabilità gigante. Io ho scritto dei pezzi che per me sono come ‘figli’ e che, una volta pubblicati, faranno poi la loro vita. Dietro a un progetto discografico ci sono sempre diverse persone che hanno un ruolo importante e delicato. Questo disco per metà è stato prodotto da Jacopo Senigallia. Prima di chiamarlo ho ascoltato tutti i suoi lavori e ciò che mi ha colpito è che ha lavorato con tanti artisti e su generi completamente diversi: da Mannarino ad Aiello, fino a Madame. Ascoltandolo ho capito non solo la sua versatilità, ma anche la capacità non comune di mettersi completamente a disposizione dell’artista e del progetto, qualsiasi esso sia. A quel punto l’ho corteggiato finché l’ho convinto a lavorare con me e ho fatto bene. Si è creata con lui una situazione in studio di tranquillità, di amici che si scambiano idee e copetenze. Più volte ci siamo emozionati lavorando su questo disco e penso che, se ora queste canzoni arrivano al pubblico in modo forte, è anche per questo. Così come il lavoro prezioso fatto con l’altro amico e produttore del disco, Michael Tenisci.

Se Dile dovesse definire con tre parole il nuovo disco Migliore di Me, quali sceglierebbe?

Sincero, Maleducato nel senso di Arrogante, perché mi sono messo io al centro di tutto.

Tra le dodici tracce del disco ce n’è una a cui sei più legato per qualche motivo particolare?

Sì, il brano ‘Migliore di Me’. E’ l’ultima traccia del disco ed è una canzone in cui io calo la maschera. Parla del rapporto con mio padre che non c’è più. Questo brano mi è venuto a trovare una notte, circa un mese fa. L’album era già chiuso, l’ho riaperto perché questo pezzo era molto forte e ho deciso di inserirlo come ultima traccia. Non un posto a caso, perché non tutti arrivano ad ascoltare l’ultima traccia: è una posizione fondamentale, l’ascolti solo se vuoi conoscere fino in fondo l’artista.

In effetti ormai la musica, come tanti altri contenuti, si consuma in modo frenetico, arrivare alla fine dell’ascolto di album è raro. Come si fa a pensare e creare un intero disco oggi?

La situazione da questo punto di vista è molto complessa. Lavorare a un album in un mondo in cui le canzoni vengono ascoltate non più di 30 secondi perché poi vengono skippate diventa sempre più difficile. Alcune delle mie canzoni arrivano più velocemente altre, come Migliore di Me, hanno bisogno di più ascolti. Sono consapevole di questo, ma ne sono anche contento in qualche modo. Io da ascoltatore mi leggevo anche il libretto del cd per entrare ancora di più nel mondo dell’artista, perché faceva tutto parte del progetto. Oggi rapportarsi a un mercato in cui tutto è sempre più veloce è complicato. Non credo si tornerà mai indietro, bisogna trovare quindi dei modi per adattarsi. Io per esempio ho diviso il mio percorso in tanti singoli, una cosa che solo qualche anno fa non avrei fatto preferendo racchiuderlo in un album. Oggi ho capito che quella è l’unica possibilità di dare attenzione a ogni singola traccia che altrimenti non sarebbero mai tutte ascoltate. Bisogna sfruttare la situazione che c’è con gli strumenti nuovi e più efficaci per arrivare allo stesso obiettivo di sempre: fare musica bella e fare sì che qualcuno l’ascolti.

Forse l’unico spazio in cui c’è la disponibilità mentale e temporale di immergersi totalmente nel lavoro di un musicista oggi è il live, tu hai in programma concerti quest’estate?

E’ vero, a me sembra che quando faccio un live, ci sia una grande concentrazione del pubblico su tutto quello che canto e dico. In un’ora e mezza per il pubblico esisti solo tu e la tua musica. Anche se, pure in quelle occasioni , il fatto di viverle sempre con il cellulare in mano, fa perdere un po’ di concentrazione. Io farò diverse date live quest’estate e passerò la stagione a suonare.