Passata la festa, gabbato lo santo. Finisce sempre così: in campagna elettorale lorsignori fanno a gara per salire sullo scranno più alto e, da lì, ribadire un concetto fondamentale: “Via la politica dalla Rai”. Poi, a elezioni concluse, cominciano i giri di giostra: e le poltrone di mamma Rai sono sempre tra le più appetibili, sempre tra quelle messe nel calderone e da spartire.

La storia è vecchia come il mondo: Rai 1 ha il suo colore, di solito è quello egemone e fa riferimento al Governo del momento; Rai 2 ne ha un altro, tendenzialmente rete filogovernativa ma non strettamente legata al primo partito della coalizione; Rai 3 è sempre stata la rete più “sfigata”, quella con cui erano possibili alcune concessioni alle opposizioni o, notoriamente, quella più incline a una certa “sinistra”. La rete di nicchia che porta alla memoria quel gioco di parole con cui Checco Zalone gioca con l’assonanza delle parole nicchia e minchia: dice che una rete è di nicchia ma il significato che attribuisce al termine nicchia è affine a quello della parola minchia.

Rai, polemiche dopo Sanremo

Tant’è. Non cambia niente nemmeno stavolta: finisce il Festival di Sanremo 2023, la kermesse delle polemiche, e nessuno è contento. Tutti minacciano di azzerare i vertici della rete di punta della Rai. È stato il Sanremo più seguito negli ultimi anni ma ora, a bocce ferme, da più parti si annunciano repulisti radicali. Via quel dirigente, via quell’altro, dentro tal altro. E non serve fare nomi di questo o di quel politico: il giochino lo hanno fatto tutti coloro che hanno esercitato il potere politico in questo Paese.

Le critiche sono trasversali: a quelli che hanno apprezzato Chiara Ferragni non è piaciuto Fedez, a quelli a cui è piaciuto Fedez non è piaciuta Paola Egonu. Poi ci sono quelli che la Egonu sì, invece Sangiovanni proprio no. E Zeklenski? Zelenski a Sanremo? Sì, assolutamente; no, mai nella vita. A metà dei telespettatori Rosa Chemical ha divertito, l’altra metà è rimasta scioccata. E la politica: i soliti soloni hanno ribadito che no, lo stile e il decoro, la decenza e il pudore dove li abbiamo dimenticati?

Amadeus difende le scelte e le idee

Amadeus ha fatto prima di tutti e ha messo le mani avanti in maniera intelligente, quasi a stimolare il polverone: se dovete cacciarmi, cacciatemi per le mie idee. C’è stata parecchia carne al fuoco in questo Sanremo, vero: e allora? Non è meglio così? Una contrapposizione di idee e punti di vista che dovrebbe riflettere una pluralità di punti di vista con una regola inderogabile: il rispetto della libertà di ciascuno e la convinzione che nessuna opinione debba prevaricare quella altrui. Senza la necessità di una approvazione preventiva di quel che si intende dire.

Chi fa televisione dovrebbe chiedersi se è riuscito a garantire un prodotto di qualità, di interesse, di originalità. Tanto coinvolgente quanto stimolante. Chi fa televisione per i canali tradizionali dovrebbe semmai chiedersi perché un pubblico di massa continua a preferire le piattaforme streaming a quelle nazionali. E chi fa politica dovrebbe pensare che il telespettatore non merita di essere trattato come quando si fa campagna elettorale, con la sfrontatezza di chi pensa che all’interlocutore “stupido per antonomasia” si possa dire di tutto. Vero e falso, corretto e scorretto, realizzabile e irrealizzabile. Il telespettatore, così come l’elettore – la maggior parte di noi lo sono entrambi – stupido non è. Allocco non è. Automa non è.

Gradirebbe sul serio una Rai svuotata di giochi politici e intrisa di contenuti, di professionisti, di scelta variegata e trasversale. Gradirebbe che si ponesse fine a questa tiritera sfiancante della politica che fa la piovra con mamma Rai. Gradirebbe semmai che la politica facesse politica e si occupasse di cose serie, importanti, decisive per la nostra vita e le nostre sorti. Trattandoci magari da telespettatori consapevoli (e pure da elettori consapevoli).

Anche perché, semmai possa significare qualcosa a futura memoria, Amadeus e tutto il gruppo di lavoro hanno messo in piedi un Festival riuscito bene. Plurale, flessibile nei contenuti e nei messaggi, aperto a ciascun punto di vista, ivi incluso quello sacrosanto di chi sta al di là dello schermo, ha in mano il telecomando e decide che a lui no, di Sanremo non gli frega proprio niente. E’ sulla qualità che ci si misura, non sull’asservimento.

Ciascuno di noi, in tal senso, basti a se stesso. Anche perchè, se mentre Amadeus e Sanremo sforavano puntualmente il 60% si share, i dati dell’affluenza al voto per le Regionali nel Lazio e in Lombardia dicono che meno del 30% degli aventi diritto si è recato alle urne. Forse che il vero problema sia altrove?

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